Il consultorio continua

Anche se la giornata del consulente familiare è passata continua il lavoro del consultorio, ecco una breve intevista di Angela Passetti su cosa fa un consulente familiare

Innanzitutto chi è il consulente della coppia e della famiglia (o semplicemente consulente familiare)?

Il Consulente della coppia e della famiglia è il professionista socio educativo,che con metodologie specifiche aiuta i singoli (bambini adolescenti, adulti), la coppia (coniugale o genitoriale),  il nucleo familiare a mobilitare, nelle loro dinamiche relazionali , le risorse interne ed esterne per affrontare le situazioni difficili  nel rispetto delle convinzioni etiche dell’utente.

Che tipo di esperienza è una consulenza familiare?

La consulenza familiare è proprio un’esperienza relazionale che si svolge nel Qui ed Ora: cerchiamo di aiutare la persona a concentrarsi sul suo presente, sul momento di crisi o difficoltà che vive, per dare un senso a ciò che sta accadendo.

E in che modo può essere d’aiuto un consulente?

Il metodo che usiamo si chiama “ascolto attivo”, caratterizzato da un intervento non direttivo, empatico e non giudicante che permette di seguire un percorso preciso per sviluppare una consapevolezza di ciò che sta succedendo; per individuare di un obiettivo da perseguire; far emergere le risorse proprie della persona, che nel momento di difficoltà appariranno offuscate; sostenere la persona nell’attivazione di prendersi la responsabilità delle scelte che man mano lo porteranno al cambiamento desiderato.

Sembra qualcosa di molto bello! Chiunque può chiedere di iniziare il percorso?

Possono accedere tutti coloro che hanno necessità di essere accompagnati nel qui ad ora a superare il  momento di difficoltà, indipendentemente dalla cultura, dalla condizione sociale ed economica, dalla religione o provenienza.

Che preparazione deve avere un consulente?

Il percorso di formazione dura 3 anni, ed è al tempo stesso teorico ed esperienziale. Il consulente, lavora prima di tutto sulla propria esperienza di vita, quindi si appresta a superare gli esami richiesti, per conseguire il diploma valido ai sensi di legge e riconosciuto dall’AICCeF. Al termine dei 3 anni di scuola si svolge un tirocinio seguito da una continua formazione.

Non è poco! Di sicuro c’è un gran lavoro dietro tutto questo. Come si regge la struttura?

La maggior parte di noi è iscritta all’AICCeF, che ci forma e ci tutela ed é iscritta al CoLAP. La consulenza si svolge per lo più con un sistema di volontariato e, pertanto, non chiediamo un compenso per noi, ma solo una libera offerta per il consultorio.

Ci sono consultori AICCeF in Umbria?

Ce ne sono due: l’Associazione “Pro Familia” a Palazzo di Assisi, e il centro “Amoris Laetitiae” di Terni.

 Chi devo contattare per avere maggiori informazioni, se sono interessato a fare questa esperienza?

Basta chiamare me o i consultori suddetti.

Benvenuta gioia

La terra privilegiata della gioia

Nella terra delle emozioni un luogo privilegiato da visitare è la gioia; a tratti, nel fluire quotidiano scandito da impegni e pensieri, sembra una meta faticosa da raggiungere. È un posto meraviglioso nel quale addentrarsi senza un programma di viaggio prestabilito, ma provando il diletto di lasciarsi incantare. Il termine, dal francese joie e dal latino gaudia, indica uno stato di contentezza intima, che pervade la persona di esultanza e piacere e che si esprime con un linguaggio vitale, attraverso segnali precisi del volto e del corpo. La gioia desta, illumina, rinnova. La sua natura è potente perché proviene dalle profondità dell’animo, è intensa perché nasce improvvisa per accendere lo sguardo di chi la prova, spingendolo a sollevare gli occhi verso i desideri; è, d’altro canto, effimera nella sua intrinseca temporaneità, ma permane indelebile nella memoria: la bellezza di quegli attimi di felicità divengono risorsa, spinta verso la ricerca di pienezza. Si prova tale emozione fin da piccolissimi, quando si riesce a compiere qualcosa o si sperimenta uno sguardo amorevole da parte di chi accudisce. La gioia dei bambini è spesso considerata scontata, come se detenessero un tesoro che da grandi non si ricorda dove sia stato nascosto. Il loro sorriso sgorga fresco per un’attitudine alla meraviglia: un abbraccio più stretto, una parola dolce, un divertimento condiviso. I piccoli hanno bisogno che anche questa emozione così desiderabile venga riconosciuta affinché possano costruire una base emotiva sicura. Un genitore accompagna il figlio nel vissuto, lo fa risuonare, gli offre la sapienza di chi sa quanto accade, gli permette di sostare insieme nei differenti luoghi del sentire.

In consulenza si realizza un percorso simile nel quale la gioia rappresenta un punto di forza: all’inizio, benché appaia lontana, può essere toccata attivando la memoria delle esperienze pregresse; diviene realtà presente grazie alla sperimentazione del rapporto autentico di fiducia, tramite l’acquisizione di consapevolezza di sé, nel raggiungimento di obiettivi graduali. 

La gioia comporta apertura, perché la sua radice raggiunge le profondità dell’animo solo grazie alla relazione. È un’emozione piacevole, confortevole: tutto appare acceso di colori, ma mai banale. Molti adulti hanno come la percezione di averla accantonata, perché sono affaticati da pensieri e mansioni routinarie, a volte si sentono oppressi; si ha l’idea che per provare la gioia debba per forza accadere un evento eccezionale e che spesso si corra il rischio di essere semplicemente delusi. La straordinarietà di un evento gradito produce buonumore, reazione energica, ma la gioia è un paese interiore che si illumina quando ascoltiamo noi stessi, quando ci prendiamo cura dei nostri bisogni, quando viviamo il presente e le relazioni in modo autentico.

Irene Bratti Consulente familiare presso il consultorio  La famiglia di Palazzo di Assisi

La gioia di voler bene

Nell’ambito delle relazioni interpersonali, l’amore rappresenta il soffio vitale che sottrae spazio all’angoscia del non senso, alla percezione di un vano fluire del tempo. Evitando fumose fantasie idealizzate, è possibile affermare che il desiderio d’amore trasforma la vita e la permea: l’anima riconosce nel rapporto con l’altro, che ha da sempre anelato, il significato profondo dell’esistenza cui consegnare l’interezza di sé. L’amore rinuncia alla pretesa per farsi dono, ricompone le ferite perché non esige, ma accoglie, genera e perdona; è costituito di un’intelligenza del cuore grazie alla quale l’uomo ritrova la propria essenza e la propria unità.

Questo legame consente di toccare emozioni intense: la gioia, in particolare, nell’età adulta rinnova l’esperienza positiva dell’attaccamento che da bambini è stato provato verso la figura accudente e, nelle prime fasi del rapporto, suscita quell’entusiasmo che favorisce l’avvicinamento. La gioia è invece matura e feconda quando l’incontro diventa scelta; si basa sulla capacità della coppia nel quotidiano di “rilanciare”, di guardare ad un progetto comune, di sostenere sempre il desiderio dell’altro con cui crescere e cambiare in modo creativo. Nella relazione, affinché avvenga questo, servono la reciprocità e la costruzione di un “noi” che rappresenta una identità nuova, in cui quelle individuali, pienamente consapevoli di sé, si sono unite in una forma di comunione, priva di rapporti di potere. Un legame di questo tipo produce vitalità, libera energia, incrementa la capacità di agire, promuove una profonda conoscenza reciproca. Senza mai sottrarsi alla fatica o all’impegno, l’apertura e la flessibilità, aspetti connessi alla gioia, sono risorse che permettono di reagire ai momenti di difficoltà e di fragilità che la vita lascia emergere. La felicità si realizza nella capacità di rinnovare e di sperimentare, consente di apprendere come sostenere l’altro affrontando le situazioni.

Quando una coppia giunge in consulenza, vive un momento di crisi le cui cause possono essere molteplici; si predilige la presenza di due consulenti, un uomo e una donna, per effettuare in modo più efficace il percorso. È necessario che entrambi abbiano scelto di intraprendere il cammino perché non si può giungere alla terra del “noi” se non per desiderio.  Si tratta di un lungo viaggio in cui i consulenti seguono e supportano i passi della coppia, rispecchiandone il vissuto emotivo, portando a un livello di consapevolezza le dinamiche in atto, educando all’ascolto ed alla comprensione; con pazienza si torna a vedere l’altro, a comunicare in modo adeguato. La gioia è un’emozione da riconquistare; il sorriso di solito rivela che è stato toccato un ricordo di felicità o che la coppia ha iniziato a scorgere l’orizzonte dimenticato.

Irene Bratti Consulente familiare presso il consultorio La famiglia di Palazzo di Assisi

La gioia nel quotidiano.

Collegata al piacere provato per il raggiungimento di un obiettivo o per un bisogno soddisfatto, possiamo definire la gioia come il contatto riuscito con l’oggetto desiderato. Insieme a rabbia, attesa e accettazione, la gioia indica l’andare verso qualcuno, l’avvicinamento. Il dinamismo è una sua parte inscindibile: sono significative le frasi che la esprimono: “Non stare nella pelle per la gioia”; “Saltare di gioia”; “Non si tiene dalla gioia”. In effetti chi esulta o grida di gioia entra in scena rumorosamente e visibilmente. Molti di noi hanno impressa, a tal proposito, l’immagine di Gianmarco Tamberi che, alle olimpiadi di Tokyo questa estate, saputo del successo (medaglia d’oro) nella disciplina di salto in alto, accompagna con grida vigorose la sua corsa irrefrenabile in cerca del compagno di squadra con il quale condividere la vittoria. Molto importanti anche le sue dichiarazioni: ”Ho sognato questo giorno per tanto tempo. Sono passato attraverso qualsiasi tipo di difficoltà pur di tornare, pur di farcela pur di riuscirci. E’ un sogno che ho dentro da tanti anni e lo abbiamo realizzato… Io e le persone che mi sono state accanto: il mio team sanitario, gli amici, la mia fidanzata Chiara, il papà. Ragazzi, grazie! Ce l’abbiamo fatta, abbiamo vinto le olimpiadi.” Parole fluite con energia e senza troppi ragionamenti da una persona strafelice, che mostrano un altro aspetto, chiamato anche il “magico potere”, della gioia: “la capacità di passare dalla dimensione dell’io a quella del noi. Di vivere in relazione con gli altri contando sui legami affettivi, guardando in faccia il presente senza le costruzioni di desideri difficili o impossibili che spostano sempre la gioia al futuro, e senza i rimpianti che respingono nel passato”. [Vittorino Andreoli, La gioia di vivere]. Le emozioni infatti, soprattutto la gioia, quando sono condivise con le persone importanti rinforzano la relazione. Nella consulenza familiare questo è l’aspetto più evidente: aldilà della risoluzione della problematica portata dal singolo o dalla coppia, la spinta al movimento (interiore e relazionale) per cercare quello che fa star bene, che protegge, che permette di vivere ogni situazione attraversandola adeguatamente, fa rinascere nella persona la fiducia persa nella momentanea difficoltà e gli permette di scoprire il piacere di riprendere in mano la conduzione della propria vita. Allo stesso modo il consulente prova soddisfazione e per essere stato d’aiuto e per essere riuscito nella sua professione.

Monica Carnieri Consulente familiare presso il consultorio La famiglia di Palazzo di Assisi

La gioia del perdono

L’evoluzione ci dice che l’essere umano non nasce solitario, aggressivo e autoreferenziale ma che piuttosto è fatto per essere in relazione e che il senso di vicinanza emotiva con gli altri, la connessione e la collaborazione sono fattori che da sempre permettono la sopravvivenza e procurano gioia. La riflessione sul perdono è di quelle che tutti facciamo nella vita poiché ci capita di essere feriti e non risarciti. Perdonare è un’esperienza profonda e una strada lunga e difficile da percorrere. Ha a che fare con una guarigione, una riparazione, parte da una relazione ferita e sanguinante e la fa (ri)nascere. Non è quasi mai un singolo atto ma un processo che richiede tempo, tolleranza, pazienza. Ed è una scelta, qualcosa che possiamo decidere di iniziare nel percorso della nostra vita. Niente e nessuno può costringerci a perdonare, né noi stessi, né gli altri, né i nostri valori morali e religiosi, perché perdonare senza condizioni significa amare e non è una cosa meccanica che accade in pochi minuti. Chi concede il perdono attraversa una trasformazione interiore che modifica il modo di percepire il mondo, le persone e le relazioni e permette la comprensione e la compassione verso l’umanità altrui ricordando la comune fragilità: mendicanti di amore, di bene, di sicurezza, a volte, ci feriamo a vicenda, perché in quel momento ci sembra l’unico modo per avere ciò di cui abbiamo bisogno. La consulenza familiare, può essere uno dei luoghi privilegiati dove la persona o la coppia è aiutata ad ascoltarsi, ad auto ascoltarsi, a sperimentare l’importanza di fare i conti con se stessa per imparare che ogni emozione è significativa e avverte che quello che sta succedendo può condurre verso un cambiamento. Cambiare, poi, non è mai un passaggio facile e veloce, per riuscire ci vuole coraggio e assunzione di responsabilità, e quel tanto di insofferenza, insoddisfazione, rabbia, da permettere di chiedere aiuto poichè i vissuti emotivi sperimentati nell’isolamento portano alla solitudine e appaiono più violenti e insuperabili. Portare sulle spalle il peso dei sensi di colpa, vergogna, rivalsa o ancor peggio vendetta, incurva la spina dorsale e non solo quella fisica, toglie freschezza, vigore agli anni, e gioia alla vita. Il consulente familiare che a motivo della sua formazione sperimenta su di sé la forza rigenerativa delle relazioni riparate, osa sempre scommettere sulla possibilità del cliente di sentirsi ancora capace di meritare amore e vicinanza.

Monica Carnieri Consulente familiare presso il consultorio La famiglia di Palazzo di Assisi

La Paura

LA PAURA: emozione da evitare?

La paura è una delle cinque emozioni innate, ed è una straordinaria risorsa di sopravvivenza e di mantenimento della specie per l’uomo e per gli animali. Si tratta di un meccanismo di difesa che entra in azione ogni qualvolta esiste un pericolo per la vita: mediante due ‘radar’che si chiamano amigdale,  poste nella profondità del nostro cervello che sono sempre attive e che monitorano e gestiscono la nostra parte emotiva. In poche parole che cosa accade quando ci troviamo di fronte ad un pericolo ? Si attiva inizialmente è il sistema della sopravvivenza che prepara il nostro corpo alla fuga, all’attacco o al congelamento. Ma questo può accadere anche nella quotidianità: pensiamo a ciò che avviene quando un alunno che non ha studiato e vede arrivare la prof col registro pronto ad interrogare: mentre guarda il registro lo studente sente un tuffo al cuore, che poi comincia a battere all’impazzata,le gambe vorrebbero correre via, ma è obbligato a rimanere seduto, quindi si immobilizza e si congela ( fino allo svenimento o alla morte apparente in casi estremi).

Accanto a questa paura innata ne esiste un’altra definita appresa che si attiva quando abbiamo consapevolezza di un pericolo, quando cioè non si attiva solo il radar, responsabile della risposta automatica ed istintiva, ma entra in gioco la parte cognitiva che, valutando il tipo di pericolo, può mettere in atto una serie di risposte diverse. E questi tipi di risposte dipendono dalle esperienze che abbiamo avuto e che abbiamo interiorizzato, ossia dipende dal significato che attribuiamo allo stimolo pauroso.

In consulenza ci troviamo spesso ad avere a che fare con questa emozione: paura di perdere la relazione con l’altro, di affrontare le problematiche che l’adolescenza di un figlio propone, paura di non essere all’altezza di un lavoro, di un esame, paura di un cambiamento, di una separazione, di un tradimento. Potendo lavorare solo nel qui ed ora cerchiamo di educare il cliente a guardare questa paura , ad accoglierla, ascoltarla, piuttosto che negarla o vergognarsene, cercando di creare un ambiente in cui possa sperimentare una relazione sicura in cui possa guardarsi un po’. Iniziamo con l’esplorare innanzitutto il fatto che scatena la paura, per circoscrivere il nostro intervento: esiste infatti un importante linea di demarcazione tra la paura e gli altri parenti stretti come l’ansia, il panico ed il terrore, ( disturbi che non sono di nostra pertinenza):  la paura è una reazione emotiva ad un pericolo reale, presente davanti a noi con una durata limitata, l’ansia è una reazione ad un pericolo percepito previsto ed è un disturbo continuativo. Avendo focalizzato il fatto, si osserva che cosa accade nel corpo, quali pensieri emergono in merito a ciò, si esplora se la paura è l’unica emozione presente o ce ne sono altre, per poi arrivare ad esprimere il bisogno sotteso, o il desiderio, valutando la possibilità o meno di raggiungerlo e con quali azioni concrete e fattibili.

Angela Passetti Consulente Familiare Consultorio La Famiglia di Palazzo di Assisi

MAMMA AIUTO HO PAURA!

Ed eccoci a provare a parlare della paura dei bambini. Abbiamo detto che la paura è l’emozione madre, quindi non è strano pensare che il bambino appena nato quando non sente il caldo abbraccio della mamma protesta e impara presto che certi suoi richiami attirano l’attenzione della figura a cui tiene di più: è la prima paura che ognuno di noi ha provato, ovvero la paura di essere abbandonati. Man mano che il piccolo cresce e si abitua ai visi noti della figure che lo accudiscono, ogni viso nuovo incute timore e allora cerca lo sguardo rassicurante della mamma o il suo caldo abbraccio come a dire “ mi posso fidare di questo estraneo?”. Quando poi il bambino inizia a comprendere che non è più in simbiosi con la mamma, compare la paura di non essere amato. Voglio citare, a questo riguardo, le parole tratte dal testo P come paura (R. De Leonibus): se non mi vogliono abbastanza bene come farò a convincerli?… dovrò fare in modo di agire sui loro sentimenti … fino a quando riuscirò a farmi amare sono salvo … dipendo da loro, se mi amano non avrò più paura. Ecco il primo potentissimo pilastro del potere dell’amore, e il primo terribile rischio, quello di non essere voluti abbastanza bene.

E poi arriva la paura del buio: la notte è un momento della solitudine, della separazione dalla mamma che il bambino sopporta solo se il legame di attaccamento è sufficientemente buono, ossia se la mamma almeno il 30% delle volte è riuscita a sintonizzarsi con i bisogni del suo bambino. Cari genitori sapete cos’è la sintonizzazione emotiva? E’ la capacità di ascoltare, accettare e comprendere l’emozione del vostro bambino per creare un ambiente e un clima adatti a favorire un rapporto fondato sulla fiducia reciproca.

Quindi verso i 4-5 anni fa capolino la paura dei mostri invincibili e potenti, dei lupi, dinosauri enormi e brutti e allora cari genitori iniziamo a raccontare le fiabe. La fiaba, con un linguaggio simbolico, aiuta il bambino a fare ordine nella sua casa interiore in costruzione in quanto parlano di ciò che il bambino vive, e offrono soluzioni permanenti o temporanee alle sue difficoltà. La fiaba semplifica le situazioni, ha sempre un lieto fine e dà modo al bambino di trarre un significato diverso dalla stessa fiaba a seconda dei suoi interessi e bisogni del momento. Può infatti tornare sulla stessa storia quando è pronto a elaborare vecchi significati o a sostituirli con significati nuovi.

In consulenza quando un genitore porta le paure del bambino cerchiamo di far comprendere che il compito di ogni genitore è fornire al proprio figlio quella base sicura da cui partire per esplorare il mondo, affinchè sappia che c’è qualcuno che lo sorveglia, lo aiuta, lo ammira, gioisce con lui delle sue conquiste e progressi. E allo stesso tempo quando ha bisogno di tornare al porto sicuro per essere consolato, per regolare le sue emozioni, per essere accolto qualsiasi cosa accada. E se come genitori non ce la facciamo a reggere queste paure, si cercherà una strada un po’ diversa per affrontarle.

Angela Passetti Consulente Familiare Consultorio La Famiglia di Palazzo di Assisi

La paura e gli adolescenti

L’adolescenza è una fase dell’età evolutiva caratterizzata da un ricco potenziale che si esprime nell’energia del cambiamento e nella creatività di immaginare un futuro di promesse; comporta la necessità di affrontare dei compiti di sviluppo, che si traducono in tappe progressive, come fossero spinte per una seconda nascita, grazie alla quale si realizza una separazione nei confronti delle figure genitoriali. Gli individui, portando a compimento una complessiva e consapevole ristrutturazione cognitiva ed affettiva, apprendono infatti le competenze necessarie ad assumere le responsabilità proprie di un adulto.

Definita spesso come un’età ingrata, increspata da crisi continue, l’adolescenza risulta, invece, una stagione dell’esistenza fragile, ma meravigliosa, che deve essere protetta: è il tempo della sperimentazione, funzionale all’acquisizione dell’autonomia e del senso di autoefficacia. L’adolescente diviene il centro di un ampio movimento, in cui convivono forze centripete, connesse a un bisogno di continuità con il proprio passato, e forze centrifughe, legate all’abbandono dell’infanzia e a una ricerca di autonomia.

Talvolta alcuni ragazzi hanno come l’impressione di “morire” nell’attuare una separazione da quello che era il loro mondo conosciuto e nell’incertezza di non vedere bene verso quale porto stiano procedendo. Tale vissuto è paragonabile a un lutto ed è caratterizzato da momenti di intensa paura: paura di perdersi, di non essere amati, paura di non farcela. L’adolescente rischia di sviluppare una depressione mascherata che si rivela sotto forma di comportamenti antisociali, sentimenti di vuoto, noia, indifferenza; prevalgono sensazioni estreme e le emozioni vengono agite senza essere filtrate: la paura blocca, spinge alla fuga o si manifesta con atteggiamenti passivo-aggressivi, facile irritabilità e malumore.

La famiglia deve rimanere capace di trasmettere sicurezza attraverso il contenimento. I genitori sono chiamati a ripensarsi, confrontandosi con il ricordo della propria adolescenza, con la necessità del cambiamento e con la ricerca di nuovi equilibri. Un sostegno significativo può divenire la consulenza perché l’adolescente si sperimenta in una relazione protetta con un adulto “potente” in grado di accogliere. Molto spesso, infatti, l’insoddisfazione, il disagio e il disadattamento sono legati a dei rapporti falsati o degenerati a livello di interazioni comunicative, in particolar modo con le figure di riferimento; proteggere dalla sofferenza, nascondendo la verità o facendo evitare esperienze difficili è l’inganno a cui alcuni adulti arrivano per difendere più loro stessi che i figli. Il consulente, aiutando a dipanare il filo dei vissuti, permette al ragazzo di esplorare il labirinto del proprio sentire, di riconoscere e validare tutte le emozioni, affinché la consapevolezza consenta di affrontare paure e cambiamenti, non avendo la pretesa di conoscere la sapienza del cammino, ma avendo imparato il coraggio di provare la strada.

 Irene Bratti Consulente Familiare Consultorio La Famiglia di Palazzo di Assisi

La paura a scuola

Durante l’esperienza scolastica molti allievi manifestano disagi momentanei, ma con il tempo ed un corretto supporto degli adulti imparano a confrontarsi con le situazioni e a riconoscere le proprie risorse; il superamento di tali problematiche si trasforma in un passaggio significativo che accresce la fiducia in se stessi e l’autostima.

Differenti sono le motivazioni che scatenano la paura, ma nel complesso sono afferenti a due aree principali: la separazione e l’adattamento a una società più ampia e strutturata; per quanto concerne il primo ambito, gli eventi più frequenti riguardano l’ingresso nel mondo della scuola, il passaggio da un ordine all’altro di istruzione, l’avvicendamento di insegnanti, problemi familiari. Relativamente all’ansia sociale, la paura è collegata al rendimento e ai rapporti interpersonali: i ragazzi incontrano difficoltà nello svolgimento delle attività, nelle interazioni con i compagni o con i docenti; vengono sopraffatti dai risultati negativi e dalla mancanza di riconoscimento.

Alcuni aspetti, legati al contesto familiare, possono creare una predisposizione a vivere con preoccupazione l’ambiente scolastico: l’apprensione genitoriale, l’iperprotettività, la tendenza a trattare il ragazzo come se fosse sempre “piccolo”, l’eccessiva enfasi sulle capacità di riuscita e sul successo come prestazione performante. Tali elementi attivano delle risposte ansiose da parte dell’alunno che prova paura di fronte ai normali compiti di sviluppo e al risultato delle sue azioni; l’allievo si identifica con l’esito delle prove e crolla di fronte all’ostacolo o alla frustrazione.

La presenza di un buon clima relazionale a scuola aiuta gli studenti a superare tali disagi e consente loro di esprimere le proprie potenzialità; le dinamiche interpersonali molto competitive o svalutative creano invece demotivazione e timore. In tale contesto l’insegnante è la figura che “contiene” e promuove un percorso nel quale, rendendo aperti i ragazzi alla cultura, favorisce la soggettivazione del sapere; grazie al proprio stile educativo, suscita emozioni e reazioni. Lontano dall’attuale illusione distorta del docente psicologo, il professore deve però essere consapevole del ruolo che detiene nello sviluppo affettivo, emotivo e intellettivo degli alunni; per questo è necessaria un’attenzione alla relazione, all’ascolto attento, alla comunicazione adeguata e congruente.

La consulenza può risultare un aiuto valido perché un soggetto esterno, percepito come competente e rassicurante, permette al ragazzo di esprimere e validare angosce e paure; attraverso la comunicazione empatica, il rispecchiamento e le attivazioni agevola l’autoconsapevolezza nella direzione di una crescita personale.

Risorsa efficace per la scuola e per le famiglie, la consulenza offre un sostegno nelle situazioni problematiche, si prende cura della sfera emotiva dei ragazzi, supportando i genitori stessi, permette la conoscenza di sé, potenzia la capacità di relazionarsi e di automotivarsi.

Irene Bratti Consulente Familiare Consultorio La Famiglia di Palazzo di Assisi

La tristezza di tutti i giorni

Genitori con figli tristi

Per la tristezza vale la regola generale per cui i genitori insegnano ai bambini a parlare, a riconoscere la realtà e ad agire nel mondo e i figli imparano, soprattutto, imitando i genitori. Un bambino triste sa di star male, ha bisogno che il genitore  gli dica cosa è quello che gli sta succedendo, ha bisogno che il genitore  lo veda e dia un nome a quel senso di vuoto che egli sente. Ma il nome non basta, ha bisogno di essere consolato, ha bisogno di un sostegno sicuro che gli faccia sentire che non è solo e che ha valore e che quello che gli succede si organizza, in un qualche modo, con pazienza. L’adulto che conta è tranquillo, è un rifugio sicuro e la tristezza si può sopportare. Se invece la tristezza viene ignorata o sminuita o negata, il bambino pensa   che quello che prova sia sbagliato, o, peggio, di non star provando quello che prova. Non è una buona regola per affrontare la vita. Un’emozione accettata e organizzata diventa parte della vita quotidiana e un buon modo per capire cosa succede dentro e fuori di noi. Si vede bene con i figli adolescenti. Le emozioni, come tutto resto in questo periodo della vita, sono sempre forti, eccessive, la confusione regna sovrana. Dare un nome alla tristezza significa far sapere all’adolescente che si riconosce la sua tristezza e la si nomina senza paura. Possono seguire le spiegazioni o le confidenze spesso contorte o reticenti del ragazzo, e  quello che conta è che lui possa dire cosa succede a qualcuno che lo ascolta ed è sicuro, a qualcuno che non ha tutta la sua paura.  Vanno anche bene le sue non spiegazioni, quel pesante silenzio che gli adolescenti usano bene, perché  quello che vale è resistere, stare accanto a lui, non scappare e neanche negare. Si può essere tristi senza sapere perché anche da adulti. Non si tratta di trovare soluzioni subito, si tratta di non scappare, poi si cercherà la soluzione. In consultorio a volte vengono genitori preoccupati di mostrare la loro tristezza ai figli e in questa casi vale la funzione pedagogica della consulenza, per cui si può insegnare anche al genitore che non è un male mostrare le emozioni. E’ chiaro che per poter stare dentro alla tristezza dei figli bisogna aver imparato a fare i conti con la propria.  La tristezza dei figli è un buon allenamento per ascoltare se stessi, concedendosi di non essere onnipotenti, di poter essere limitati, ricordando che questa emozione ci vuole dire qualcosa e soprattutto che non è una nemica. Non più di quanto lo siano queste sempre più corte giornate di autunno con profumi, colori, luce diversi da quelli dell’estate ma che non sono non sbagliati. Sono solo un’altra parte dell’anno.

Chiara Leone, Consulente famigliare presso il consultorio La Famiglia di Palazzo di  Assisi

Un po’ di petulante tristezza quotidiana.

Anche se non pare divertente parliamo di giorni tristi e della tristezza di tutti i giorni. Facciamo una distinzione: ci sono giorni tristi senza un perché chiaro: sappiamo che arrivano e che passano con una tristezza, senza ragione apparente, che riduce un po’ il colore di tutto quello che ci accade. Non possiamo farci nulla. Ci sono poi giorni in cui la tristezza ha una causa più definita: lo abbiamo visto in un altro articolo. Capita spesso, eppure non se ne parla volentieri, anche tra amici o in famiglia, come se fosse contagiosa o  segno di debolezza o un tema troppo noioso.Gli adolescenti non ne parlano perché è da sfigati oppure la ostentano come fosse un’arma che si usa ma di cui non si parla.  Molti adulti, invece, non sono tristi: sono stanchi, sono sotto pressione, sono preoccupati oppure realisti, cioè senza illusioni.

 Non basta giocare con le parole, l’emozione resta anche se non ce la riconosciamo. Guardandola con calma vediamo che spesso la tristezza  si lega all’idea di perdita, alla percezione di aver perso qualcosa di cui avevamo bisogno. A volte vengono in consultorio persone che stanno male ma non sanno subito dire che sono tristi. Quando lo scoprono inizia, da parte loro, la  ricerca, inizialmente timida, poi sempre più determinata del nome  di quello di cui, davvero, hanno bisogno. Ma anche quando i bisogni sono chiari può seguire l’idea pericolosa che non noi ma qualcun’altro se ne debba prendere cura, debba soddisfarli. Questa è una pretesa. La richiesta di qualcosa che ci serve è buona, legittima ma prevede di poter essere disattesa. La pretesa invece sta nell’assumere che la richiesta debba soddisfatta da qualcuno che deve prendersi cura del nostro bisogno, non è previsto il rifiuto. Peggio ancora è quando si pensa che qualcuno debba capire di cosa abbiamo bisogno senza dirglielo. Nei primi mesi di vita richiesta e pretesa sono identiche visto che un neonato è impotente, ma poi si le cose cambiano e inizia la fatica ma anche la capacità di prenderci cura dei nostri bisogni. Visto che nessun’ altro può, farlo al nostro posto abbiamo imparato a cercare e chiedere in più modi. E tutto questo come si collega alla tristezza? Si collega perché, come una compagna un po’ troppo petulante, ci invita ad ascoltarci. Ci ricorda che siamo limitati, ci ripete che abbiamo bisogno di qualcosa. E allora, per placarla un po’, iniziamo a darci da fare per soddisfare, come possiamo, quel bisogno. Insomma la scomoda compagna ci esorta a volerci bene.

Chiara Leone, Consulente famigliare presso il Consultorio La Famiglia di Palazzo di  Assisi

QUANDO LA TRISTEZZA PASSA IN CONSULTORIO

Quando la tristezza passa dal consultorio ha molte facce. Ha la faccia degli adolescenti tristi per gli insuccessi a scuola, per l’isolamento dagli amici, perché i genitori non li capiscono, per la confusione che regna ovunque nella loro vita. Oppure la tristezza è nell’espressione stanca delle persone che si sentono abbandonate, dal marito, dalla moglie, dai figli. Spesso non è un abbandono fisico, semplicemente non ci sono più il marito e i figli che si conoscevano. Oppure ci sono le persone tristi perché qualcuno se ne è davvero andato, non c’è più e quel vuoto non si sistema. Poi ci sono tutti quelli tristi perché non sono all’altezza: di essere buoni genitori o buoni lavoratori o buoni amici e così via.

E il consulente cosa fa? Ascolta. Questo significa che ha e mostra interesse verso quello che gli si dice, non si annoia o si spaventa di fronte a quello che sente, sta attento perché è certo che la persona che ha davanti ha valore. Ascoltare è diverso dall’interpretare e dal giudicare, non comporta dare consigli, non ha nulla a che vedere con il guidare o peggio ancora con il curare. Il consulente ascolta e sta con la persona che viene. Stare, in questo caso, significa accettare quello che porta, resistere al dolore condividerlo senza immedesimarsi. Forse qualcuno di noi ha incontrato persone del genere, in grado di essere così senza aver nessun titolo o essersi formati apposta, ma questa è una grande fortuna, non è la norma. E per capire quanto sia raro basta pensare quando è stata l’ultima volta che qualcuno davvero ci ha ascoltato senza interromperci, senza guardare il cellulare, senza replicare a sproposito o peggio replicare prima ancora che avessimo finito. Mai successo nelle ultime 5 ore?

Chi viene triste in consulenza rimette un po’ di ordine semplicemente sentendosi accolto da una presenza sincera, da uno che gli sta di fronte e lo accetta così come è, che lo considera importante e gli ricorda che ha valore anche se adesso non pare vero. Il consulente resiste insieme a chi è triste. Così si impara a dare un nome a un’emozione o si scopre che cambiando punto di vista tutta la realtà cambia. Il consulente e la tristezza, che ha portato in consultorio, sono un aiuto. In fondo la tristezza è come una compagna di scuola, una di quelle non tanto simpatiche, scontrose ma che alla fine passano un pezzo del compito e aiutano a trovare una soluzione. Certo non pare il caso di invitarla a cena ma si può smettere di evitarla con stizza, un po’ di attenzione e un saluto non glielo si può più negare.

Chiara Leone, Consulente famigliare presso il Consultorio La Famiglia di Palazzo di  Assisi

A spasso con la tristezza

Dare voce alla tristezza

Parlando di emozioni, quella che spesso cerchiamo di nascondere o reprimere è la tristezza che è una delle emozioni basilari ed è una risposta naturale a situazioni che coinvolgono dolore psicologico, emotivo e/o fisico.

Moltissimi sono i sinonimi della parola tristezza per significare le diverse intensità del nostro sentire: malinconia, infelicità, sconforto, scontentezza, disperazione, amarezza, dispiacere… Altrettanti sono i modi di dire; si va dal “ho un terribile magone” al “mi sento un gran fardello, mi sento abbandonato, ho toccato il fondo, sono giù di corda, mi sento a pezzi …”.

Partire dalla parola è importante poiché permette alla “cosa” percetirci pita di esistere, di essere conosciuta e riconosciuta e quindi di avere una valenza. Questo è importante per tutte le emozioni, ma a maggior ragione per la tristezza che è un’emozione che spesso cerchiamo di non ascoltare, di nascondere tra un impegno e l’altro, riempiendoci la vita di fare e dover fare.

Cerchiamo di mettere a fuoco la validità di questa emozione, probabilmente la più difficile in termini di utilità.

Nell’evoluzione della nostra specie, la tristezza ha rivestito un ruolo fondamentale; può essere considerata un segnale che il nostro sistema di attaccamento si è attivato e consente di segnalare all’altro il bisogno che abbiamo della sua presenza in momenti di difficoltà.

Un’altra funzione importante svolta dalla tristezza è quella di consen- di volgere lo sguardo dentro di noi per riflettere e analizzare in modo profondo gli eventi della nostra vita con la possibilità di dare un senso al nostro dolore. Se la tristezza è causata da frustrazioni o insuccessi, diventa essa stessa motivo di ricerca di nuove soluzioni e azioni. La tristezza, come ogni altra emozione, è caratterizzata dall’essere uno stato transitorio, ma la durata può essere influenzata da diversi fattori come la valenza soggettiva dell’evento che l’ha provocata e i meccanismi di rimuginio e ruminazione. Tali meccanismi possono accrescere i pensieri relativi all’evento che ci ha fatto provare tristezza, facendoci sentire ancora più tristi, in un circolo vizioso che, oltre ad influenzarne la durata ne influenza anche l’intensità.

Quando la tristezza perdura e l’intensità è molto alta, potremmo trovarci bloccati, non vedere più le nostre risorse, sentirci persi, incapaci di fare scelte e di risollevarci. Questo potrebbe essere il paesaggio emotivo del cliente che si rivolge al consultorio.

Il consulente familiare accoglie, ascolta e accompagna la persona che vive una situazione di disagio e sofferenza in un percorso (9-10 incontri), durante il quale il cliente si può dare il permesso di riconoscere la tristezza, di accettarla, di accoglierla ed esprimerla. In questo cammino il consulente non precede e non segue la persona, ma le sta affianco per illuminare il suo cammino affinché possa ritrovare le sue risorse e fare scelte autonome.

Antonella Monacelli Consulente Familiare Consultorio La Famiglia di Palazzo di Assisi

Quando ci viene in aiuto chiederci “Che tempo sono?”

Quando parliamo di tristezza, l’etimologia delle parole ci viene in aiuto: essere tristi deriva da termini latini che rimandano al significato di “ruvido”, “torbido”, “scuro”.La tristezza sembra rimandare ad un paesaggio emotivo piuttosto sgradevole, “scomodo” e, al tempo stesso, oscuro e confuso. Come il paesaggio è fatto di primo piano, sfondo, colori con gradazioni e tonalità diverse, anche quello interiore è fatto di intensità e sfumature diverse. Se domandiamo a più persone, qual è per loro il colore della tristezza, per lo più ci sentiamo rispondere che va dal grigio chiaro, grigio più scuro, grigio intenso, fino ad arrivare al viola e nero. Spesso a scuola quando vedo gli alunni agitati, arrabbiati o visibilmente tristi, chiedo loro di prendere un foglio e rappresentare graficamente “ Che tempo sono”. Vengono fuori, metaforicamente parlando, diversi tempi metereologici. C’è il bambino cielo sereno, quello nuvoloso, il bimbo nebbia, l’alunno temporale… questo per dire che per definire il nostro sentire usiamo una pluralità di nomi ed espresioni.

Possiamo dire di sentirci “dispiaciuti” se viviamo qualcosa che mette a rischio la relazione con qualcuno, come per esempio l’altro ha detto o fatto qualcosa che ci ha ferito, oppure siamo noi che abbiamo fatto star male l’altro.

Possiamo usare la parola “delusi” che è ancora una sfumatura più intensa, quando si aveva un’aspettativa su altri o su se stessi che non si è realizzata.

A livello di gruppo possiamo sentirci “rifiutati” quando non ci sentiamo considerati oppure possiamo sentirci esclusi se per esempio gli amici non ci invitano al cinema o non parlano con noi.

Vi è poi la “nostalgia” collegata al concetto di mancanza di qualcosa o qualcuno. Quando invece la persona sta male perché le manca qual- cosa, ma non sa individuare cosa, è probabile che si tratti di “malinconia”.

Se la tristezza è collegata al concetto di incapacità proviamo la sensazione essere incompetenti a fare qualcosa. Questa emozione nasconde in sé un giudice interiore molto attivo che rischia di minare la nostra autostima.

Vi è poi la tristezza collegata al mancato raggiungimento di un obiettivo e quindi ci si può sentire “sfiduciati”: si crede di non potercela fare.

Si può dire che ci si sente “insoddisfatti” o addirittura “delusi” quando non siamo riusciti a terminare un compito in tempo, o la qualità del risultato non ci soddisfa, oppure ancora perché il lavoro è stato criticato.

Quando ci sentiamo in tristi, proviamo a chiederci non solo “Che tempo sono”, come faccio con i miei alunni, ma anche che tristezza sento. La persona in difficoltà nel comprendere pensieri ed emozioni può rivolgersi al consultorio, dove, attraverso la relazione d’aiuto,può dar voce ai silenzi più tristi, tornare ad assumersi la responsabilità della propria vita e ad avere fiducia nelle proprie risorse interiori.

Antonella Monacelli Consulente Familiare Consultorio La Famiglia di Palazzo di Assisi

A spasso con le emozioni

In un periodo in cui siamo travolti dalle emozioni, abbiamo voluto
esplorarle un po’ per diffonderne l’importanza. Conoscerle  per poterle
regolarle: capire la funzione delle emozioni ci serve a decidere il nostro
comportamento.

Il nostro consultorio ha iniziato una buona collaborazione con il settimanale La Voce, che ha pubblicato e continua a pubblicare un intervento settimanale che mette a tema proprio le emozioni.

In sintesi stiamo perciò andando a spasso con tristezza, gioia, paura etc., sia dal punto di vista teorico che da quello pratico, nel contesto della vita quotidiana

La collaborazione coinvolge anche Umbria radio Inblu dove gli autori degli articoli sono intervistati. Potete cercare gli articoli  https://lavoce-ita.newsmemory.com/
 e consultare il sito            www.umbriaradio.it

IL CORPO E LE EMOZIONI

Chi non ha mai provato la sensazione delle farfalle sullo stomaco o sentito battere forte il cuore per amore? Tremare le gambe all’interrogazione? Arrossire di fronte a qualcuno che ci fa provare vergogna? Sentir prudere le mani dalla rabbia!

L’elenco potrebbe durare ancora e così, le sfumature delle nostre percezioni legate alle emozioni. Inevitabile quindi, non cogliere lo stretto legame che le unisce al corpo.  A dimostrarlo oggi ci sono numerosi studi. Addirittura, è stata creata, da ricercatori finlandesi, una mappa corporea delle emozioni grazie ad un campione di 700 volontari provenienti dalla Finlandia, dalla Svezia e da Taiwan, i quali hanno individuato le parti del corpo interessate ai diversi stati emotivi. I risultati sono stati sorprendentemente coerenti anche tra le diverse culture. Le emozioni sono universali, non sono apprese, ma innate.

Ciò ci dimostra come non sia affatto possibile pensare che corpo ed emozioni siano due realtà separate. Lo scrittore Ekhart Tolle scrive che l’emozione sorge laddove mente e corpo si incontrano. È perciò chiaro che se vogliamo parlare di che cosa ci accade fisicamente non possiamo far finta che non c’entrino le emozioni e viceversa. Il corpo somatizza quelle emozioni forti che il più delle volte non trovano il giusto riconoscimento e accoglienza in noi.

Anche la medicina orientale cinese, ad esempio, considera il mal-essere la distanza eccessiva tra la dimensione emotiva spirituale e quella razionale ed insegna a noi oggi, dopo 3000 anni, che è l’unico modo per potersi riappropriare di se stessi, della propria vita, della propria sfera emozionale, del proprio benessere. Ricompattare queste dimensioni vuol dire dedicarsi del tempo per uscire fuori dal caos di tutti i giorni.

È necessario quindi, prendersi cura del proprio ben-essere psico-fisico e, attraverso la consulenza familiare, possiamo cominciarlo a fare imparando ad osservare, ascoltare il nostro corpo, dare un nome alle sensazioni, riconoscere i pensieri e le relative emozioni che generano. Riconoscere le emozioni, accogliere anche quelle che apparentemente possono sembrare negative ci aiuta a stare in contatto con il nostro Io, ci aiuta a divenire consapevoli, ma soprattutto a prenderci cura di noi stessi, a vivere in pace con noi e con chi ci è vicino. L’ascolto, la conoscenza di se stessi ci permette di affrontare le sfide del quotidiano con maggiore sicurezza, perché diventiamo capaci di riconoscere prima di tutto i nostri limiti e fragilità che non rappresentano degli ostacoli ma stimoli per migliorarci continuamente.

Sabrina Marini Consulente familiare, Direttrice del Consultorio La famiglia di Palazzo di Assisi,  referente AICCeF Umbria

LE EMOZIONI NEL QUOTIDIANO: LE RELAZIONI

Le emozioni accompagnano molti momenti della nostra giornata e spesso siamo costretti come sostiene la filosofa contemporanea Martha Nussbaum a dover “misurarci con il caotico materiale del dolore e dell’amore, della rabbia e della paura, e con il ruolo che queste tumultuose esperienze giocano nel pensiero”. Ci troviamo spesso a sperimentare le numerose difficoltà nel gestire e tollerare lo stress di una vita sempre più frenetica, piena di impegni, difficoltà e problemi. La serenità, la pace con se stessi diventa quasi un’utopia e pensare alla pace nelle relazioni diventa quasi un paradosso.

Può sembrare impossibile trovare quello spazio che permetta di ri-centrarsi, di ricontattarsi. In qualche modo si è sempre meno capaci di sviluppare un dialogo interiore in grado di filtrare i diversi stimoli e pensare alle diverse azioni da compiere.

Numerose sono le difficoltà relative al non capire gli altri, ma il più delle volte dipende dal fatto che non riusciamo a capire noi stessi. Pertanto, il processo di autoconsapevolezza, di conoscenza partendo dal riconoscimento e accettazione delle proprie emozioni è fondamentale, perché non conoscere le emozioni vuol dire attribuirle agli altri, vuol dire avere sempre dentro un nemico. 

A questo proposito può essere utile il riferimento ad una storia Zen dove si racconta come un monaco non riuscisse a meditare a causa di una visione che lo disturbava, un lupo inferocito. Chiese consiglio al suo maestro che gli consegnò un pennarello per disegnare una croce sul petto del lupo, questo atto lo avrebbe fatto scomparire. Il monaco un po’ titubante ma anche fiducioso del suo maestro si rimise a meditare. Quando comparve il lupo riuscì a disegnargli con il pennarello la croce sul petto. Corse tutto felice dal maestro per raccontargli del suo atto e per chiedere spiegazioni su quanto accaduto. Il maestro gli fece notare il suo petto e la croce disegnata, la stessa fatta al lupo. Il monaco capì che le paure non erano altro che il frutto dei suoi pensieri.

Questa storia sottolinea come sia importante riconoscere ciò che accade prima di tutto in noi, attraverso il contatto con il nostro mondo interiore fatto di zone d’ombra, di fragilità, ma anche di forza e di coraggio, di risorse.

Nella Consulenza Familiare, quindi, possiamo conoscere e migliorare quelle abilità comportamentali necessarie per una sana comunicazione e appartenenza al contesto sociale, imparare a reagire in modo sano alle critiche per vivere in armonia con gli altri.

Sabrina Marini Consulente familiare, Direttrice del Consultorio La famiglia di Palazzo di Assisi,  referente AICCeF Umbria

… E QUANDO HO UNA CRISI A CHE SERVONO LE EMOZIONI?

SOS CONSULENZA FAMILIARE E CONIUGALE

Dopo aver definito le emozioni primarie innate, le loro funzioni, come si sviluppano e si regolano o meno, ora ci chiediamo: perché sono così importanti nella vita di ognuno? Che possiamo fare quando siamo in difficoltà con esse? Ribadisco il concetto che senza emozioni non possiamo vivere perchè sono alla base dei nostri desideri, delle nostre intenzioni e delle nostre scelte comportamentali.

Può accadere che in un certo momento della vita, viviamo un momento di crisi: una situazione o una relazione che ci mette in difficoltà, il bivio di una scelta, un momento di solitudine ecc., ed è proprio in queste occasione che sentiamo che da soli non ce la facciamo, abbiamo bisogno di qualcuno che guardi la cosa da un’altra prospettiva, che ci faccia da specchio, che illumini la nostra strada.

La consulenza coniugale e familiare, rappresenta una relazione di aiuto rivolta a chiunque abbia bisogno di essere accompagnato a riscoprire i propri punti di forza e a rivedere i punti di debolezza come un’opportunità di crescita e cambiamento. La relazione di aiuto con consulenti, formati nelle apposite scuole, si propone non tanto di risolvere il problema, quanto di definirlo: dove è il problema o quale è.

Per esempio: X richiede una consulenza perché si è bloccato negli studi. Partendo da questo fatto concreto, esploriamo i disagi corporei percepiti (abbiamo visto la scorsa settimana che ogni emozione ha un suo linguaggio corporeo): “sento una stretta allo stomaco”, “ho tachicardia e sudorazione”, ”mi manca il respiro”,” le mie le gambe che non possono stare ferme”. A queste sensazioni corporee si associano dei pensieri: ‘devi fare il tuo dovere’, ‘non ti vergogni a non riuscire a presentarti all’esame? ‘ devi farcela da solo, e così via. Questa musica di sottofondo, suscita un’emozione, un sentimento a cui va dato un nome perché è da questo che si genererà un’intenzione, un desiderio, un bisogno, verso un’azione o una non azione. Ecco che essere sostenuti in consulenza, nell’esplorazione della definizione di ciò che viviamo e sentiamo nel qui ed ora ci aiuta a focalizzare e a dare un nome al problema, a guardarlo da un’altra prospettiva che ci aiuterà a cambiare, o rinforzare, o decidere il nostro comportamento.

In maniera un po’ riduttiva e succinta è questo quello che facciamo in consulenza: un servizio gratuito di accompagnamento al singolo, alla coppia, alla famiglia, perché “Se posso fornire un certo tipo di relazione, l’altra persona scoprirà dentro di sé la capacità di usare quella relazione per la crescita e si verificherà il cambiamento e lo sviluppo personale”. (C. Rogers)

Angela Passetti Consulente Familiare  Consultorio La Famiglia di Palazzo di Assisi

A spasso con le emozioni

In un periodo in cui siamo travolti dalle emozioni, abbiamo voluto
esplorarle un po’ per diffonderne l’importanza. Conoscerle  per poterle
regolarle: capire la funzione delle emozioni ci serve a decidere il nostro
comportamento.

Il nostro consultorio ha iniziato una buona collaborazione con il settimanale La Voce che ha pubblicato, e continua a pubblicare, un intervento settimanale che mette a tema proprio le emozioni.

In sintesi stiamo perciò andando a spasso con tristezza, gioia, paura etc., sia dal punto di vista teorico che da quello pratico, nel contesto della vita quotidiana

La collaborazione coinvolge anche Umbria radio Inblu dove gli autori degli articoli sono intervistati.

Potete cercare gli articoli  https://lavoce-ita.newsmemory.com/
 e consultare il sito            www.umbriaradio.it

Questo il primo articolo

LE EMOZIONI E LORO FUNZIONI

Il termine Emozione deriva da e-movere, ossia muovere verso l’esterno: quindi l’emozione ci fa spingere verso qualcosa o qualcuno fungendo da ponte di collegamento tra il mondo interno e quello esterno.

Quando arriva uno stimolo dalmondo esterno noi reagiamo in base all’emozione che stiamo sentendo in quel momento, anche se non sempre ce ne rendiamo conto: se impariamo a dare un nome a quell’emozione, sapremo come ci raccontiamo ciò che avviene e questo ci aiuta a dare significato alla nostra storia e a decidere il comportamento da tenere.

 Facciamo un esempio: di fronte ad un evento, una cosa è affrontare le situazioni con una emozione di fondo di gioia, una cosa è affrontare la stessa situazione se siamo orientati verso il disgusto, o con paura o altro.

Quindi le emozioni in breve hanno tre funzioni principali: 1) preparare il soggetto all’emergenza o ad affrontare le situazioni impreviste mediante i cambiamenti fisiologici: se vedo un pericolo scappo o mi congelo o attacco. 2) far percepire all’individuo che cosa ‘sente’ in seguito ad un evento, permettendogli di regolarlo e decidere come reagire. 3) far conoscere agli altri il proprio stato emotivo.

Nelle relazioni connettersi con le nostre e le altrui emozioni permette di regolare di facilitare la comunicazione e la relazione stessa: alla rabbia si risponde con l’ascolto e la riparazione, alla paura con al rassicurazione, alla tristezza rispondiamo con la compassione e la consolazione, al disgusto si risponde con l’accettazione. E alla gioia? È l’unica che non cerca l’emozione complementare in quanto richiede la risonanza dell’altro, ovvero la condivisione.

In consulenza il nostro approccio è proprio questo: un ascolto attivo che consenta alla persona di contattare ciò che sente, pensa, vive nel qui ed ora e riscoprire le proprie capacità nell’affrontarlo, cercando di dare un nome alle proprie emozioni che prova o che non riesce a sentire, per poi orientare le proprie scelte.

Angela Passetti Consulente Familiare Consultorio La Famiglia di Palazzo di Assisi